Nel primo articolo sul voodoo [*IL MISTERO DEL VOODOO: LE SUE ORIGINI, LA SUA CHIESA] abbiamo rintracciato le origini di questa pratica religiosa negli antichi riti sciamanici africani portati in sud America con la tratta degli schiavi, abbiamo conosciuto i Loa: emanazioni del divino a cui rivolgersi per ogni problema e mettere in salvo l’anima dei morti, e abbiamo intuito che gli schiavi giustamente incazzati avrebbero usato certi rituali per provocare il male nei loro aguzzini.

Adesso sveleremo il mistero di queste oscure cerimonie:

 IL RITO PER LE RICHIESTE

I riti si svolgono in luoghi particolari, una specie di templi (non necessariamente in muratura) chiamati hounfour. Nel corso delle cerimonie voodoo, i loa hanno la tendenza a impossessarsi dei corpi dei loro servitori (definiti in gergo “cheval“) e sostituendosi al Gros-bon-ange (la principale parte dell’anima) di qualsiasi fedele, ne divengono la forza animatrice del suo corpo fisico.
“Cavalcando” il suo corpo possono così portare a termine incarichi di vario genere: durante questa possessione spiritica, gli adepti riescono a camminare sui carboni ardenti, mangiare letteralmente fuoco o mettere in pratica ritorsioni contro membri del gruppo che si siano macchiati di particolari peccati; naturalmente al termine della possessione (e vendette varie), l’iniziato non ricorderà nulla di quanto gli è accaduto.
E ogni offesa sarà lavata, secondo il famoso detto “Cavallo non porta pene”.
Lo scopo di queste cerimonie sta nel far discendere i Loa desiderati sulla terra, per richiedere consiglio ed oracoli, o riceverne salute e buona sorte, tributando loro delle offerte, infine in alcune festività particolari, esclusivamente per celebrare il giorno di festa del Loa con offerte e sacrifici.
La discesa di un Loa è però casuale, e oltretutto non è dato sapere chi verrà scelto come cheval (cavallo), attraverso il quale si manifesterà la divinità. Quindi, prima di ogni cerimonia, l’houngan riunirà tutti gli iniziati, gli hounsi, e praticherà su di loro il Laver tête, un vero e proprio battesimo mediante il quale purificare l’hounsi, e renderlo degno di ricevere nel proprio corpo il Loa.
Gli hounsi vestiti di bianco, il colore delle divinità creatrici e benefiche, vengono fatti stendere su stuoie di fronde di banano, o su giacigli di rametti aromatizzati con fiori e sciroppi, ricevendo dall’houngan il lavaggio della testa, con dell’acqua benedetta. Quindi si procederà al rito, il sacerdote traccerà i disegni rituali, i Vévé, con una particolare farina consacrata detta Farine Guinée o con il Boucan (farina mista a ceneri del fuoco sacro). Sul Vévé verranno poste le offerte per i Loa, e la Farine avanzata verrà o sparsa verso i 4 punti cardinali o mescolata al sangue durante i riti con sacrifici animali.
A questo punto l’Houngan batterà sul Vévé col proprio Asson, per evocare il Loa che secondo le credenze, salirà dagli abissi del Golfo di Guinée dove risiede, e attraverso lo Chemin de l’eau (cammino dell’acqua), si manifesterà ai suoi fedeli, giungendo fra di loro.
Questa parte della cerimonia è caratterizzata da un crescendo di canti e danze, al culmine dei quali, un hounsi (il fedele) comincerà ad essere come affetto da convulsioni, e perdendo il controllo del proprio corpo, come un burattino tenuto da un filo in una posizione innaturale da tenere, girerà su se stesso, cadendo infine in trance e divenendo uno cheval del Loa. In tale atto il posseduto si muoverà a seconda del Loa che lo possiede, ad esempio strisciando sul ventre se posseduto da Damballah, o giacendo come un cadavere se posseduto da Maman Brigitte.
Quindi lo cheval, consumerà nelle vesti di Loa le offerte a lui tributate, e risponderà alle domande del sacerdote.
Il rituale si concluderà con un ritmo di percussioni e battiti di mani volti a rimandare il Loa nel proprio regno, in un rito chiamato Renvoyer.
Al termine di ogni rito infine, le offerte rimaste saranno divise fra i partecipanti, durante una grande festa che si protrarrà fino a notte fonda.

 IL RITUALE SULL’ANIMA

Le cerimonie praticate nel vuduismo non sono solo atte a ingraziarsi i Loa e chiederne i favori, ma vengono praticate anche ai fini di manipolare le principali parti dell’anima, dall’ Houngan (prete buono) e dal Bokor (prete cattivo), rispettivamente per salvaguardare o per assoggettare le due parti dell’anima, infatti l’Houngan cercherebbe di evitare che una persona diventi il famigerato zombie che resterebbe in questo stato, per sempre legato al volere del Bokor, senza poter ascendere al paradiso.
Abbiamo già detto che secondo le credenze vuduistiche l’anima è divisa in Grand-bon-ange (che viene governata dal loa nella sua discesa) e dal Ti-bon-ange che è però ritenuto di natura malvagia. Questo è tenuto a bada dalla mente e dal cuore della persona, che così gli impedisce di perseguire la propria malvagità.
Alla morte dell’individuo, il Ti-bon-ange libero dalla prigionia del corpo, diventa un Duppy, che si aggira attorno al corpo per 9 giorni e diventa vulnerabilissimo (chi sono? Dove mi trovo? Perché mi hanno dato ‘sto nome da cucciolo di barboncino?)
Qui entrano in campo le due diverse fazioni: il Bokor cercherà di prendere il Duppy tramite un rito che prevede l’aspersione di Rhum sulla tomba del malcapitato, e il lancio di tre monete da 1 Penny, battendo infine sulla tomba con il proprio Asson (che è il bastone, sia chiaro).
Il Duppy nelle mani di un Bokor diverrà quindi uno Zombie Astral, e sarà mandato in giro a compiere la volontà dello stregone.
Per evitare che ciò accada, l’Houngan separa il Ti-bon-ange dal corpo, purificandolo attraverso l’immersione in acque oscure come quelle di uno stagno per un anno e un giorno, al termine del quale, il Duppy divenuto puro prende il nome di Esprit, e fatto ascendere al Ginen (paradiso) oppure conservato in un Govi (un pittoresco vasetto porta anime) dove verrà adorato come un Loa; in alternativa potrà essere liberato bruciando il Govi in un fuoco sacro detto Boule Zen, oppure rompendolo presso un crocevia e lasciandone lì i cocci.
Ma è il Gros bon ange ad essere il più ambito dai Bokor, infatti sottomettendolo può rendere schiavi i corpi, trasformandoli in Zombie Corps cadavere, e utilizzarli per i lavori più pesanti.
(Viene da pensare purtroppo, che la schiavitù, per alcune popolazioni, è una possibilità sempre incombente che attraversa la vita e la morte).
Il dovere dell’Houngan è impedire che ciò avvenga, cercando di separare il Gros-bon-ange dal corpo, tramite un rito detto Dessounin: in pratica, l’Houngan tappa naso e orecchie dei cadaveri con del cotone, e ne chiude la bocca cucendola o riempiendola di terra sacra, questo per chiudere le vie d’uscita dell’anima dal corpo. Poi lega fra loro le ginocchia e gli alluci, quindi rovescia le tasche e pone nella bara dei semi di Hoholi, un particolare tipo di sesamo; infine invoca un Loa per allontanare il Gros-bon-ange dal cadavere e rinchiuderlo in un Govi, che affidato alla famiglia verrà trattato e servito come un Loa, oppure liberato e fatto ascendere.

Per quanto non esistano prove dell’efficacia di tali magie, non vi possono essere dubbi sulla presa di queste superstizioni sul popolo: perfino François Duvalier, presidente a vita di Haiti dal 1957 al 1971, riuscì a tenere Haiti nella morsa della paura, spacciandosi come la reincarnazione dell’entità Baron Samedi, in grado di scagliare potenti maledizioni (addirittura affermò che la morte John Fitzgerald Kennedy era dovuta ad una sua maledizione).

 LE BAMBOLINE VOODOO

Nei rituali voodoo viene spesso utilizzata una bambola di solito di pezza cucita a mano o di cera plasmata, chiamata Dagida. In questa, solitamente viene inserito un oggetto appartenente alla “vittima” oppure alcuni suoi residui organici come capelli, sangue o saliva (leggi: usi alternativi del D.N.A.).
Alla bambola vanno colorati gli occhi, Il naso e la bocca, mentre il cuore va segnato con una X ( “Mira al cuore” è un must in ogni religione); infine viene completata e modellata con del velluto, della cera o con un impasto di uova non fecondate.
La dagida rappresenta l’anima della “vittima”: nei rituali d’odio viene immersa in olio o aceto bollente, fatta sciogliere nel fuoco o riempita di splilloni, in quelli d’amore viene invece coccolata. Il voodoo, infatti, è utilizzato anche per attrarre a sé la persona della quale si è innamorati, e in tal caso la bambolina anziché essere punita viene accarezzata, abbracciata, avvolta da vibrazioni positive ed in seguito nascosta in un luogo segreto dopo essere stata coperta con un lenzuolo rosso. Il telo che la deve proteggere da qualunque sguardo risulta invece nero se il rituale praticato abbia come scopo un maleficio. (Simili riti di magia bianca o nera in realtà venivano compiuti già all’epoca dei Romani, quando la bambola era chiamata kolossai e realizzata con componenti di metallo malleabili).

 LA DANZA E LA MUSICA

Durante i riti voodoo, è sempre presente il ritmo dei tamburi, il suono delle nenie tradizionali e l’uso del corpo per incanalare le energie.
“Sembrano posseduti” riferisce lo scrittore H.E. Durrell, dopo averli osservati a lungo. La testa è rovesciata all’indietro, come in trance, oppure è reclinata sul petto; gli occhi sono chiusi o spalancati con furore; le braccia si agitano ritmicamente e percuotono in modo ossessivo le cosce.
Tutto questo ritmo verrà portato, alla fine del 1700 , a New Orleans; quando, in seguito ad una grossa rivolta degli schiavi tra Haiti e Santo Domingo, parecchi proprietari terrieri furono costretti a spostarsi, con l’intera comunità africana al seguito. Tra il 1809 e il 1810 giunsero circa 3.000 schiavi, da Haiti, attraverso Cuba; inoltre proprio a New Orleans dopo la Guerra Civile, approdarono direttamente dall’Africa occidentale i neri del Senegal, della Guinea, arrivando dal Delta del Niger e dal Congo e tra le genti venute dal Dahomey, c’erano i feroci Arada, gli originari cultori dei riti voodoo.

Dopo l’abolizione della schiavitù (1865) molti neri andarono nella cittadina per trovare lavoro; le loro condizioni civili erano migliorate e gli era permesso di ritrovarsi in magazzini. Ma luogo di elezione per i loro balli e la loro musica divenne il parco di Congo Square, qui la domenica pomeriggio si sentivano strane nenie ripetute, gridi misteriosi e canti rituali delle antiche tribú dell’Africa occidentale, accompagnate dal suono dei flauti di canne di bambú, quello di ossa battute l’una contro l’altra quello della la guajira, una mascella d’asino, che dà un suono secco quando viene agitata in aria.
E se il blues [dall’espressione “to have the blue devils”, letteralmente: avere i diavoli blu, col significato di “essere triste”] affonda le sue radici nei canti malinconici che s’innalzavano dalle piantagioni di cotone fino al tramonto, il jazz germina di notte, immerso nel percussionismo orgiastico e nell’ossessione voodoo degli schiavi liberati nella città sul delta del Mississippi.
Ma se c’è una vicenda musicale davvero legata a doppio filo con i misteri del voodoo è quella del cantante Jalacy Hawkins. Fallito nell’opera lirica Hawkins si darà al blues, e nel 1956 scriverà l’ennesima ballata del suo repertorio. La sera prima della registrazione, però, il produttore porta alla band qualche litro di bumba per darsi un po’ di carica; nel giro di mezz’ora tutti i musicisti sono – come da copione – ubriachi persi, ma registrano ugualmente il pezzo. Quando lo riascolta da sobrio, Hawkins scopre di aver finalmente trovato il suo stile: la canzone è un susseguirsi di urla disumane e grugniti animaleschi, una performance ipnotizzante di cui lo stesso interprete non conservava alcuna memoria (proprio come uno cheval posseduto da un loa) ma che sarà rapidamente un successo, scalando le classifiche di mezzo mondo in pochi mesi.
La canzone è I Put a spell on you, che tradotto significa “ti ho fatto un incantesimo”. Un brano ambiguo che potrebbe parlare sì d’amore, del gioco della seduzione e di struggente gelosia; ma può anche essere interpretato in senso più letterale: ti ho fatto un incantesimo, davvero, perché sono uno stregone voodoo, e tu ora sei mia.
Attaccati al cazzo, amore. (-cit)

D’ora in avanti l’ex cantante fallito diventerà Screamin’ Jay Hawkins: si vestirà di pelli di leopardo e pelle rosso fuoco, si infilerà un osso fra le narici e se ne andrà in giro per il mondo a urlare a squarciagola i suoi incantesimi voodoo uscendo da una bara e reggendo in mano un teschio di nome Henry.
I put a spell on you è una magica marcia demoniaca: la voce di Hawkins è potentissima e penetrante, le urla selvagge che gli conferirono il titolo di screamin’ mettono i brividi, scandendo il ritmo con gli ordini perentori che lo stregone lancia alla sua vittima: smetti di fare qualsiasi cosa tu stia facendo, lascia perdere tutto e torna da me, perché ti ho fatto un incantesimo e ora sei mia.
I put a spell on you
Because you’re mine
Stop the things you do
Watch out, I ain’t lyin’

Yeah, I can’t stand it
You’re runnin’ around
I can’t stand it
No, put me down

I put a spell on you
Because you’re mine, oh yeah
Stop the things you do
Watch out, I ain’t lyin’

I love you, I love you
I love you, I love you anyhow
And I don’t care if you don’t want me
I’m yours right now

I put a spell on you
Because you’re mine

E se tutto questo vi è piaciuto, posate gli spilloni e restate in attesa della terza e ultima parte: Zombie, Meu Amor.

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